Volcano Heat
Black Mood Swings
(First Line Production)
punk-rock
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Black Mood Swings è il secondo album dei Volcano Heat.
Il brano che apre, The Way I Am, potrebbe essere il manifesto di questo lavoro della band. Schitarrate a go go, ritmica potente e martellate di basso imperversano sul tema più attuale che mai della fuga individuale dall’omologazione planetaria.
Chi mi legge sa che amo un altro tipo di rock, meno frenetico e un po’ più melodico, ma in questo caso devo ammettere che il brano è molto gradevole e divertente. Quindi proseguo di buonumore nell’ascolto e in un soffio arrivo a Live Forever.
Il ritmo è forsennato ma tutto sommato pulito, pieno di distorsioni ma senza sbavature. Siamo a metà strada tra il punk e un rock molto energico, infarciti qua e la da inserti mainstream che lo rendono appetibile e gustoso anche per i meno duri e puri come me, senza tuttavia scadere mai in compromessi insipidi che, diciamocelo, scontenterebbero un po’ tutti.
Forse sto per scrivere una puttanata ma finora mi ricordano, quantomeno a tratti, i Green Day. Sì, effettivamente la musica dei VH rimanda nella mia mente immagini di certi video che caratterizzavano il palinsesto di MTV nei ‘90. E la cosa non mi dispiace affatto.
State Of Love è il quinto brano e il momento in cui finalmente si tira un po’ il fiato, i battiti calano ma non abbastanza da definire il tempo di una ballad.
La successiva Plastic World è introdotta da una chitarra acustica che sembra proprio l’ingrediente giusto, a questo punto, per diluire le proteine di un pasto sin qui estremamente sostanzioso.
Another Shot, e Immancabilmente si riparte su velocità più consone al terzetto. Anche se, in questo pezzo, manca forse quell’originalità che fino a ora mi aveva catturato.
World’s Forgotten ha dei passaggi quasi heavy metal ma non manca di stupire con frequenti cambi di ritmo che lo rendono un pezzo singolare e non scontato.
I Volcano Heat sono Luca Picchetti (chitarre e voce), Silvano “Gene” Zamarin (basso) e Andrea Vianello (batteria).
Il gruppo, con la co-produzione di Alex Marton, ha saputo creare un muro di suono (definizione ben nota agli amanti del r’n’r) molto spesso e robusto, che tra i suoi mattoni lascia trasparire delle venature pop per la verità neanche troppo celate. Non credo potrebbero piacere ai puristi del punk ma neanche andare in rotazione su Radio Subasio, capito no?
A me personalmente questo album non è dispiaciuto anzi, quantomeno fino a metà, l’ho apprezzato davvero molto. Poi, vuoi non vuoi, la mancanza di vere variazioni sul tema appesantiscono un pochino l’ascolto, sebbene le trovate armoniche non manchino mai.
Ormai, lo sappiamo tutti, la musica nasce e (sopra)vive principalmente sul web, il web è estremamente democratico, la democrazia è una cosa bellissima ma estremamente imperfetta perché, tra le altre cose, non nega spazio neanche a chi non ha nessun argomento valido da proporre. Nell’inevitabile inflazione della proposta musicale che ne discende e che nostro malgrado ci troviamo a dover subire succede, ahimè, proprio questo.
Per fortuna, però, qua e là spuntano ancora band come i Volcano Heat che, come si dice dalle mie parti, riescono a fare “capoccella” sopra una miriade di proposte incolori e sembrano quasi un sopravvissuto di cui a fatica si scorge il movimento tra le migliaia di capi chini e inermi dei naufraghi galleggianti del Titanic.
In bocca al lupo ragazzi, rock on!
www.thevolcanoheat.com
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